“Da questa colonia divenuta la loro prigione non fecero ritorno 129 militari e civili della R.S.I. e 31 soldati tedeschi, molti altri ancora riposano per sempre tra questi boschi senza croce. Per loro e per chi li attese oltre ogni speranza una preghiera.”

Rovegno 22 marzo - 30 aprile 1945

lunedì 5 dicembre 2016

Tra il 1944 e il 1945  la colonia di Rovegno  venne utilizzata dalle bande partigiane  come rifugio e centro di prigionia e tortura per militari italiani e tedeschi. Circa seicento militari catturati o arresisi vennero uccisi senza processo e sepolti senza croce; solo di un centinaio tra essi, a guerra finita, venne riconosciuta l'identità dai familiari. Questi fatti sono conosciuti dalla storiografia con il nome generico di "Eccidio di Rovegno" 

LA COLONIA DI ROVEGNO
RICORDO DI UN MASSACRO

Rovegno è un piccolo comune al centro della Valtrebbia, a circa 50 km da Genova e da Piacenza. Tra i boschi che sovrastano il paese sorge una colonia costruita in soli sette mesi nel 1934, voluta dal “bieco regime” per ospitare bambini poco abbienti e che avevano spesso problemi polmonari. In ogni turno dava ospitalità a circa 500 bambini e 200 persone di servizio, era dotata delle più moderne attrezzature e di un notevole apparato sportivo quale palestra, piscina, campi da tennis e calcio. Oggi l’immensa struttura è in rovina e il vento che fischia tra i suoi finestroni sfondati ricorda più la tragedia che in essa si compì piuttosto che le gioiose grida dei bimbi che un tempo ospitava. Nel 1944-45 la colonia divenne infatti base delle bande partigiane e prigione per militari e civili della R.S.I. Quel luogo, sperduto tra le montagne e non controllabile dalle formazioni repubblicane, fu, per gli sfollati più abbienti che vivevano nei paesi vicini, per gli abitanti di fede fascista e soprattutto per i militi ed i soldati catturati in imboscate nella provincia di Genova e nel basso Piemonte, sinonimo di terrore, violenza e morte. Decine, tra militi della G.N.R., bersaglieri e alpini della Monterosa, squadristi della “Silvio Parodi”, catturati negli attacchi ai posti di blocco che circondavano la grande Genova furono infatti portati alla colonia di Rovegno. Ad essi vennero uniti, nel marzo 1945, oltre ottanta militi della Brigata Nera di Alessandria, distaccamento di Tortona, Novi e Serravalle i quali, insieme a circa quaranta militari tedeschi erano stati circondati e costretti alla resa presso l’abitato di Garbagna (AL) dopo aver perduto sedici uomini in combattimento. In tutti questi casi la resa era avvenuta per la sproporzione del numero, la posizione favorevole dei partigiani, ma soprattutto la convinzione dei combattenti repubblicani che i loro nemici, italiani come loro, avrebbero risparmiato le loro vite rispettando le convenzioni internazionali. Una pia illusione subito smentita dai fatti. A Rovegno non vi era la base di un reparto militare, ma un covo. Dal 22 marzo 1945 si susseguirono uccisioni ed i boschi attorno alla colonia si riempirono di fosse: cadono i militi diciassettenni, viene ucciso il Maggiore Garibaldo, ufficiale dei bersaglieri eroe della Grande Guerra, muore sotto le raffiche di sten la giovane Bianca Canavesi accompagnata alla morte da un anziano magistrato, viene assassinato il giovanissimo Dino Campora di Sarezzano (AL), muoiono gli ufficiali tedeschi e cadono i loro soldati, quei “mongoli” della 134ma Divisione Turkestan volontari contro il comunismo. Si svuota la bella colonia e si riempiono le fosse; in una, la più grande, verranno trovate 39 salme. Gli ultimi a cadere sotto il piombo inglese sparato da mano fratricida sono le due persone più “importanti”, il Maggiore Celeste Giannelli, comandante della Brigata Nera di Tortona, il cui figlio è già stato ucciso, ed il militare Paolo Grazzini, figlio del vicefederale di Genova. Forse avrebbero potuto servire per uno scambio di prigionieri, ma quel giorno non servono più, è il 29 aprile, la guerra è finita. Nei mesi successivi inizia il calvario dei familiari per il recupero delle salme, dalle fosse vengono estratti i miseri resti deturpati dalla decomposizione e dagli animali: 72 italiani e 3 tedeschi avranno un nome, per altri 85 uomini nessuno potrà mai testimoniare l’identità. Quando la sorella di Grazzini chiese ad un partigiano “Perché li avete uccisi?”, ricevette una risposta agghiacciante “Erano fascisti e poi non potevamo lasciarli andare per come erano ridotti”. Solo Dio conosce il numero dei prigionieri della colonia di Rovegno, per anni i contadini videro i resti spuntare dal terreno e li coprirono con una palata di terra od una fascina di legna, certamente più di 200 persone non tornarono da essa (nel 1946 la Prefettura ed il Comune di Genova parlarono di 600 salme sparse per i boschi della zona). Per tutti, noti ed ignoti, deve levarsi la nostra preghiera di cristiani, il nostro commosso ricorso di italiani, il nostro “presente!” di camerati.


UCCISI A RODEGNO
TEN. RODOLFO BORTOLINI

CAP. ADELINO PAOLO GRAZZINI

AUGUSTO ROCCA

Il testo della lapide commemorativa della strage avvenuta nella colonia
 di Rovegno tra marzo e aprile 1945:
DA QUESTA COLONIA DIVENUTA LA LORO
PRIGIONE, NON FECERO RITORNO 129
MILITARI E CIVILI DELLA
REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
E 31 SOLDATI GERMANICI.
MOLTI ALTRI ANCORA RIPOSANO PER SEMPRE
IN QUESTI BOSCHI SENZA UNA CROCE.
PER LORO E PER CHI LI ATTESE OLTRE
OGNI SPERANZA UNA PREGHIERA.

ROVEGNO, 22 MARZO – 30 APRILE 1945

Nella Colonia montana di Rovegno furono installati comandi di formazioni partigiane che trovarono nell'edificio, dotato di refettori, dormitori, cucine, uffici, infermeria, una sede particolarmente adatta.
Fu prigione di centinaia di militari italiani, tedeschi, e kazaki, oltre a numerosi civili.
Testimonianze locali concordano nel ricordare, oltre alle numerose fosse comuni, il rinvenimento di cadaveri isolati nei boschi e nei pascoli. I religiosi dell'istituto Don Bosco, che nel dopoguerra utilizzarono la Colonia di Rovegno, si distinsero nella pietosa opera di recupero delle salme e della loro sepoltura in terra consacrata.
'E certo che i 123 prigionieri dello scontro di Garbagna furono portati nella Colonia.
Nei giorni successivi allo scontro, i sopravvissuti, caddero a decine fucilati dai partigiani.
I primi furono uccisi a Cabella Ligure il 19/3/1945.
Una quarantina vennero passati per le armi a Rovegno, località Le Grotte, nei giorni 22 o 23 marzo 1945, secondo quanto affermato da un "verbale di fucilazione" partigiano.
Come abbiamo avuto modo di documentare, altri 39 furono prelevati dal campo e tradotti a Cravasco (Campomorone) e qui falciati a colpi di mitra il 4/4/1945
Il tenente colonnello Celeste Giannelli fu fucilato a Rovegno il 29 aprile 1945.
Molta incertezza regna tra le varie fonti sui luoghi di esecuzione dei militi caduti il 21 o il 22 marzo ed il 4 aprile 1945.
Possiamo affermare con certezza, poiché sepolti almeno sino al 1961 nel locale cimitero, che sono caduti a Rovegno:
Amorelli (milite dei Comando Provinciale di Alessandria), Arrighini,
Bruzzone, Caminada, Campora, Cipollini, Clementi, Fossati, Gatti, Grazzini, Grosso, Goretti, lzzo, Lombardi, Magrassi, Morgavio, Piccinini, Poggio, Rabbino, Stels, Tufariello, Vigni.
Molto probabilmente uccisi a Rovegno, poiché risultano elencati nel suddetto "verbale di fucilazione": Bruson Carca, Cavicchini, De Micheli, Fonte, Guerra, Mineo. Montagnini, Morelli, Onnis, Piaggio, Rideila, Rossanigo, Trento e Zerbo.
Molte pubblicazioni danno poi per fucilati a Rovegno due militi: Baiardi padre e figlio.
Il 21 o il 22 marzo caddero fucilati a Rovegno anche il tenente Rubian Zorkol Kurten e l'interprete Biase Leo, i cui nomi risultano nel già citato "verbale di fucilazione", firmato per il comando della VIa zona operativa dal Commissario "Marzo", il comunista Giovanni Canepa, già miliziano rosso nella guerra di Spagna.
Moltissimi sono i caduti di nazionalità tedesca o kazaki di cui non conosciamo il nome, perché mai trascritto, anonimi caduti, sepolti in anonime fosse, come risulta dai molti verbali di rinvenimento stilati all'epoca delle esumazioni.
Ricordiamo che la 164a divisione turkmena era composta da ex prigionieri sovietici di nazionalità kazaki, turco-mongolici. La Divisione era comandata dal generale Oscar Von Niedermajer e successivamente dal generale Raiph Von Heigendorf. Ufficiali e sottufficiali erano in parte tedeschi ed in parte ex prigionieri. Era conosciuta come divisione "Turkestan" ed i suoi soldati erano i "mongoli" che si comportarono spesso barbaramente nei confronti delle popolazioni civili, suscitando le proteste delle autorità repubblicane e talvolta l'energico intervento di militari italiani.
La 164a divisione turkmena era giunta in Italia nell'ottobre dei 1943.


LA TESTIMONIANZA DELLA SIGNORA GRAZZINI
da FRATRICIDIO! I Caduti della RSI nell'entroterra ligure. A cura di Pietro Giulio Oddone e Carlo Viale. Editrice NovAntico, 1998.

La Sig.ra Anna Maria Grazzini, figlia del Vice Federale di Genova Alfredo Grazzini, ha voluto rilasciare una testimonianza, da noi registrata su cassetta, degli avvenimenti che occorsero a chi, al termine del conflitto, si mise alla ricerca dei propri familiari che risultavano o caddero prigionieri delle forze partigiane, le quali amministravano "giustizia" secondo i canoni di una legge dettata dal rancore politico.
E' questo un significativo esempio degli avvenimenti che colpirono la popolazione genovese sia durante, che nel dopoguerra, in riferimento alle dolorose ripercussioni sulle famiglie alla ricerca continua di notizie sui propri cari caduti in mano partigiana e non più ritornati.
Queste famiglie trovarono immense difficoltà nel rintracciare informazioni tese alla ricerca dei propri congiunti e il più delle volte nei reperimento dei poveri resti.
Una testimonianza significativa viene dalla figlia dei Vice Federale Grazzini che nei giorni successivi al 25 aprile si dedicò con tenacia alla ricerca del padre che era stato catturato a Vigevano, durante il ripiegamento dei proprio reparto verso la Valtellina, ed alla ricerca del fratello Adelindo Paolo capitano della Brigata Nera di Serravalle catturato a Garbagna il 14 marzo 1945.
Adelindo Paolo Grazzini fu ferito nei primi scontri avvenuti nel paese di Garbagna, mentre cercava di discendere, a capo di un manipolo di uomini, il fiume Grue per aggirare l'accerchiamento partigiano. Durante il combattimento uno dei suoi uomini cadde ucciso, un altro, si nascose tra i cespugli di giunco del torrente, e, durante la notte, riuscì a sganciarsi ed a tornare a Genova, informando dell'accaduto.
Il padre, Vice Federale di Genova, Alfredo Grazzini, iniziava, con il tramite di un frate cappuccino, una trattativa a distanza che doveva portare ad uno scambio di prigionieri. Lo scambio dei futuro Sindaco di Genova Faralli e "due o tre frilli", con la vita dei figlio. Il frate cappuccino portò una ultima lettera che, tra l'altro, raccontava, come, il giorno di Pasqua, il l° aprile, Adelindo Paolo aveva ricevuto il conforto della comunione.
Le trattative comunque non andarono in porto per l'avvicinarsi dei 25 aprile.
Il 23 aprile il Comandante Grazzini, lasciò Genova per recarsi in Valtellina, ma veniva catturato dai partigiani a Vigevano.
La figlia dei Vice Federale, iniziava le ricerche dei familiari. Il 4 maggio, a Serravalle, riceveva dal comando della div. Pinan Cichero, una lettera che, sorprendentemente, l'autorizzava a richiedere il corpo del fratello. Continuava comunque a vivere in lei, la speranza di ritrovare i propri cari in vita. Notizie ulteriori, le avrebbe comunque ricevute dal cappellano della divisione Don Gigetto (Sac. Giacomo Sbarboro) che si trovava all'Hotel Crespi in Genova, in procinto di recarsi a Roma su richiesta dei propri superiori.
A Genova, all'Hotel Crespi, veniva ricevuta da Don Gigetto che indossava la divisa partigiana corredata da una croce sul petto ed un berretto ornato dalla falce ed il martello incrociati.
La Grazzini, chiedeva come potevano conciliarsi quei due simboli contrastanti tra loro, il cappellano, rispondeva che, lui, poteva ritenersi un buon sacerdote e un buon comunista. Alla replica che, il sacerdozio, doveva essere estraneo al credo politico, Don Gigetto alzava la voce dicendo: “ ... ragazzina, stai attenta perché fai la stessa fine di tuo fratello" A ciò la Grazzini ebbe la certezza che il fratello non c'era più. " Allora lo avete ammazzato?" fu la tragica domanda, le fu risposto, " ... tanto non li troverete mai, e non saprete mai dove sono, cani come loro non meritavano altra fine". (Don Gigetto, classe 1902, venne richiamato a Roma e confinato in un monastero dove, lontano dalla vita pubblica, continuò la sua vita di sacerdote con il nome di padre Damiano, n.d.r.).
La ricerca della Grazzini, continuò visitando le fosse comuni di cui man mano si aveva notizia, dalle casermette di Rossiglione a Torriglia, dove il parroco dell'epoca le consigliò di recarsi a Rovegno. Colà la settimana del Natale del 1945 il parroco di Rovegno, le confermò da una foto che il fratello giaceva in una delle fosse della Colonia "con altri 400 ".
Più tardi riceveva le confidenze di una impiegata dei Comune di Rovegno, che aveva assistito all'interrogatorio del cap. Grazzini, e veniva informata che il fratello, spogliato del giaccone di pelle e degli stivali, era stato depredato anche di un anello da un partigiano, il cui nome era conosciuto dalla Grazzini perché si trattava di un amico di infanzia, passato con i partigiani. Questi, incontrato anni dopo sul tram, alla richiesta di informazioni, scappava a gambe levate nascondendo alla vista l'anello che ostentava prima al dito.
Nell'aprile dell'anno successivo, forte della concessione prefettizia che l'autorizzava al recupero delle salme di Roveqno, con l'aiuto di cinque necrofori messi a disposizione dal Comune e per una settimana, assieme ad altri familiari dei caduti, fra cui la Sig.ra Gianelli, che aveva il marito ucciso a Rovegno ed un figlio ucciso a Cravasco, iniziarono la dolorosa operazione di riconoscimento dei resti.
Il capitano Adelindo Paolo Grazzini, giaceva con altri 49 in una fossa, con le mani riunite dietro alla schiena ed avvolte con il filo spinato. Erano stati coperti da pochi centimetri di terra e ricoperti con sassi. Il corpo ormai scheletrito, indossava due camice, l'una grigioverde, l’altra nera. Due calzettoni militari di lana bianca ed allo sterno un fazzoletto piegato che conteneva un orologio, ambedue riconosciuti essere dei cap. Grazzini. Un particolare macabro di cui non si conosce assolutamente il motivo, il capitano della Brigata Nera Adelindo Paolo Grazzini risultava mancante di ambedue i piedi.
Nella ricerca di altre fosse, veniva reperito nelle vicinanze della Colonia il corpo di un militare di nazionalità russa incastrato a forza fra due macigni.
Su nessuno dei resti trovati furono reperiti documenti atti a risalire alla sicura identificazione dei caduti.
Venne il Vescovo di Bobblo a benedire i resti e pubblicamente, con Don Albino parroco di Rovegno, ringraziò la sig.ra Anna Maria Grazzini per l'opera intrapresa di dare sepoltura ai caduti. Venne anche la concessione di un sito nei locale cimitero, a cui si oppose con veemenza il giornale "Il Partigiano", che accusò il Comune di voler fare di quei poveri morti degli eroi.
Alla sig.ra Grazzini venne riferito che i prigionieri erano stati rinchiusi nella torre della Colonia, ove, sui muri si potevano ancora leggere molte scritte, tra le quali però, non aveva ravvisato quelle dei fratello. Il dott. Gianelli, figlio e fratello di due caduti prigionieri nella Colonia, asserisce che essi vennero rinchiusi nella palestra; invece gente dei paese sostiene che fossero segregati nel locale caldaie
Resta da dire che la quantità di persone colà prigioniere potevano, nei momento di maggior ressa, dare ragione a tutte e tre le versioni.
Testimoni oculari riferirono a suo tempo che, dopo i fatti di Garbagna, i prigionieri vennero condotti a piedi alla Colonia, e sia il capitano Grazzini che il ten. col. Gianelli, furono caricati di una croce e costretti a trascinarla lungo tutta la strada, insultati picchiati e sputacchiati ad ogni sosta dai contadini chiamati dagli aguzzini a quell’opera.
Nel colloquio riportato, Don Gigetto, informava la sig.ra Grazzini, che i prigionieri della Colonia non erano stati rilasciati, perché non erano più presentabili. Sino alla data della loro esecuzione, vennero nutriti con "un pugno di castagne secche al giorno ".
Il Vice Federale di Genova, Com.te Alfredo Grazzini, dopo alterne vicende che lo videro torturato nella questura di Genova perché confessasse la partecipazione all'uccisione dei partigiano Severino (Saverino Raimondo nato a Licata nel 1923, fucilato a Borzonasca il 21 maggio 1944 dalla Brigata Nera di Chiavari n.d.r.), venne processato e condannato dal giudice Cugurra (a suo tempo, fascista e fruitore di raccomandazioni da parte del Grazzini come testimone di purezza della sua fede) a 20 anni di carcere scontati in parte nel penitenziario di S. Gimignano. Venne rilasciato nel 1950 dopo un nuovo processo a Brescia che dimostrava la faziosa ingiustizia del primo e la completa innocenza dei Grazzini.
Durante la sua detenzione nella questura di Genova, venne sottoposto al taglio delle unghie degli alluci ed alla sollevazione delle stesse con pinze, per cui non riuscì più a camminare normalmente. Fu curato con quel che era possibile trovare nella prigione dalla ausiliaria della R.S.I. Sig.ra Adriana Origone che in quei tragici momenti, anche lei, fu torturata con la mutilazione di parte del seno e continuamente oltraggiata.
Tali torture ebbero termine per l'intervento dei Commissario di P.S. Angelo Costa - "Giulin " - che appurò, con testimonianze inconfutabili, l'infondatezza delle accuse. La condanna a 20 anni, venne erogata da parte dei giudice Cugurra con la motivazione che, comunque, era fascista e quindi doveva pagare.


Rovegno : la colonia degli orrori

Lasciata Genova, si prosegue sulla SS45, che porta dopo circa 100 chilometri a Piacenza, a circa metà strada , inizia la Val Trebbia, superato il ponte sul fiume che da il nome alla valle. Lungo circa 115 Km. E’ un importante affluente del PO, e tocca le province di Genova, Piacenza e per un brevissimo tratto anche Pavia. Da qui si cerca un pezzo della tragica guerra civile che ha insanguinato questo lembo di Liguria.
Il piccolo comune che mi interessa particolarmente è Rovegno, ad una decina di minuti di moto dalla piazza centrale del paese, trovo un cartello giallo turistico tutto contorto ed una vecchia croce arrugginita con una emme all’incrocio dei bracci. Il cartello indica il mio obiettivo, che dista un chilometro: Colonia Montana. 
E’ esattamente quello che cerco, la Colonia di Rovegno, meglio conosciuta come “la colonia degli orrori”. 
Percorro una strada dissestata, tortuosa che attraversa estesi e fitti boschi di abeti e pini, talmente fitti da sembrare impenetrabili e refrattari anche ai raggi del sole, infatti mi sembrano impregnati di oscurità, oppure è solo un’impressione. La stessa impressione che danno i cimiteri.
Arrivo in un grande spiazzo di terra battuta e mi si staglia di fronte, un enorme fabbricato, stile 900, con un grande corpo centrale e parti laterali, piu’ alte che sembrano due torri, su di una c’e’ un’asta per la bandiera, tutte le finestre sono distrutte e sembra vuote occhiaie di un teschio, sul frontale una scritta appena leggibile , Gioventù Italiana, che fa parte di un imponente ingresso con scalinata. L’interno della immensa colonia, su tre piani, e’ di un degrado indescrivibile, non esiste più una porta intatta, i tramezzi sono sfondati, il soffitto pende a tratti sino al pavimento, sbrecciato anch’esso, i pochi muri intatti sono ricoperti di scritte e disegni osceni ed ingiuriosi, ovunque materassi lacerati, mobili distrutti.
Ma la vera caratteristica di questa colonia è la triste parte che ha avuto , nella storia della guerra civile,dal 1943 al 1945 e, parrebbe oltre: occupata da brigate partigiane comuniste, nel tardo 44, che ne fanno un loro “santuario” dove le truppe della Repubblica Sociale Italiana non possono o non vogliono avventurarsi. 
Lontana dalle vie di comunicazione, nascosta dalla vegetazione alla ricognizione aerea, facilmente difendibile, rappresenta un grande e sicuro covo per i partigiani comunisti delle brigate garibaldine della 4° zona operativa, Oreste, Arzani, Aliotta, Gramsci e Jori, tutte appartenenti alla Divisione Cichero. 
Oltre che sicuro rifugio per i partigiani rossi, la colonia diventa un terribile luogo di detenzione e tortura per i civili sfollati in zona, quelli benestanti, i quali rappresentavano un ghiotto boccone per i partigiani e anche per militari della R.S.I. che vi vengono trascinati. 
Le brigate partigiane attuano la tattica del mordi e fuggi, attaccano solo piccoli drappelli isolati di militari, li disarmano e li fanno prigionieri, quindi li portano alla colonia di Rovegno, dove inizia il percorso degli orrori delle sevizie e poi, per completare l’opera, li fucilano, lontano dal fabbricato per non fare disordine, fra i grandi boschi che circondano la colonia, i corpi vengono abbandonati nel sottobosco a marcire, a essere divorati dagli animali. 
Nessuno ebbe salva la vita, civili benestanti ammazzati dopo aver dato, inutilmente, i loro averi, soldati tedeschi, militari della Repubblica Sociale Italiana, presunte spie fasciste, il piombo veniva distribuito ad insindacabile giudizio dei boia rossi.
Per anni i contadini e i boscaioli trovarono resti umani fra gli alberi. Qualcuno consegnò alle autorità i ritrovamenti, ma la maggior parte andò diperso.
La Prefettura e il Comune di Genova, emisero un comunicato nel 1946, affermando che nella foresta giacevano ben 600 morti. Penso che questa stima pecchi per difetto, vista la grande attività dei partigiani che operavano in moltissime zone : Tortona, Alessandria, Novi Ligure, Serravalle, 
Una targa in bronzo, in un conteggio parziale, ricorda 160 militari caduti, italiani e tedeschi, ammazzati dai partigiani comunisti, in quel tragico sito.

Sto pensando a quelle centinaia di morti , torturati, umiliati ed ammazzati senza pietà, lasciati a marcire fra gli aghi di pino e le pigne, in grandi fosse comuni, senza una lapide o una croce, senza una preghiera e un fiore, sparsi sul terreno per la grande foresta , lontano dalle loro famiglie addolorate, mentre i loro carnefici , dopo il 25 aprile, marciavano trionfanti e tronfi per le vie delle città “liberate” ancora con le mani lorde di sangue spesso innocente.

 LA COLONIA OGGI








2 commenti:

  1. Storia molto interessante ma sconvolgente al tempo stesso...
    Chissà se si trovano ancora resti nelle zone circostanti... questo tipo di ricerca mi interesserebbe molto.

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  2. Non ci sono parole.......
    Bisognerebbe andare a prendere le famiglie di quei porci rossi e fare esattamente quello che hanno fatto loro al l epoca....
    Un pensiero di affetto alle famiglie che ancor oggi soffrono per tutto quello che hanno sofferto i loro cari.

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